Ho passato laggiù circa un mese e mezzo e ho potuto vedere diverse realtà.
Sono partita insieme a Silvia e a sua sorella Flavia. Silvia era già stata più volte in Bolivia e adesso è rimasta giù per seguire due progetti, dei quali sarebbe troppo lungo parlare qui, ma se siete interessati vi posso fornire alcune informazioni.
La guida di Silvia è stata per me molto preziosa, soprattutto i primi giorni, e non solo per la mediazione linguistica: per capire qualcosa bisogna anche sapere dove guardare.
Siamo arrivate all’aeroporto di Santa Cruz de la Sierra dove ci aspettava sr. Raimonda (da circa quattro ore perché il nostro aereo era in ritardo) e da li in un paio di ore di auto siamo arrivate a Santa Fè, un paesino sulla strada che collega S.ta Cruz con Cochabamba e La Paz, unica strada di collegamento asfaltata (ad eccezione di pochi chilometri) di tutta la Bolivia. Qui mi sono fermata una settimana.
Dopo un giorno di recupero sono andata a visitare il centro per i bambini denutriti che si trova a S. Carlos, a 10 km di distanza. Il centro, gestito dalle suore della Provvidenza, si occupa del recupero dei bambini (fino ai tre anni) che per varie ragioni soffrono di problemi causati dalla malnutri-zione, ma anche di quelli che presentano handicap fisici o psichici. Avevo già sentito parlare di questo centro e avevo visto anche delle foto e dei filmati, ma vedere di persona e tutta un’altra cosa. Qui ci sono delle donne che provvedono ai cambi dei pannolini, alla pappa e a tutte le necessità, ma hanno poco tempo, e a dire il vero anche poca attitudine, per giocare con i piccoli e coccolarli. Per questo ai volontari viene chiesto di intrattenere i bimbi. Ce ne sono alcuni talmente magri che sembrano dei vecchietti in miniatura; i più grandicelli corrono qua e la con i girelli, i più piccoli sono nelle culle.
Poi ci sono gli handicappati: contrariamente agli altri che, dopo uno o due mesi, ritornano in famiglia, questi restano qui fino a che non si trova una famiglia generosa che li voglia adottare perché per le famiglie di origine occuparsi di loro sarebbe troppo gravoso.
Al centro ci sono andata due volte; tra tutti i bimbi che ho visto me ne sono rimasti impressi due: Raul, un bambino già abbastanza grande (l’età precisa non sempre si riesce a sapere perché non c’è l’abitudine di iscrivere i figli all’anagrafe, visto che per farlo bisogna pagare) con gravi difficoltà motorie e di linguaggio che però sorrideva sempre a tutti; e Lidia, una piccolina di circa un anno e mezzo con una palatoschisi molto grave che le deturpava il visetto. Era tanto deperita che quando l’ho sollevata dalla culla mi pareva di aver sollevato solo un involto di stracci, ma era determinata a vivere e ha succhiato il suo biberon in un attimo. Era li per recuperare peso in attesa di un intervento chirurgico.
Sr. Michelia, responsabile della struttura, ci ha raccontato che qualche volta i bimbi che arrivano qui hanno alle spalle esperienze di abbandono e all’inizio rifiutano il cibo: per questi in particolare il contatto fisico, le coccole, sono molto importanti.
Le suore Rosarie presso cui ero ospite a S.ta Fe stanno portando avanti il progetto “pane e latte”. Questo progetto è nato alcuni anni fa nei paesini di montagna per venire incontro alle necessità dei bambini che per andare a scuola dovevano fare lunghi percorsi a piedi con poco o niente nello stomaco. È stato poi importato anche qui nella selva dove le scorrette abitudini alimentari e una certa trascuratezza nei confronti dei bambini (che devono un po’ “arrangiarsi”) non consentono a tutti di nutrirsi adeguatamente. Per questo ogni mattina, in tempo di scuola, viene distribuita la colazione: un panino e un bicchiere di latte o di cioccolata caldi. Il pane lo cucina ogni giorno una signora indigena, alzandosi alle 4 di mattina, il latte è quello in polvere perché risulta essere più igienico e pratico (inizialmente si rifornivano dalla Nestlè, ma ora lo acquistano da una ditta locale). Alle famiglie viene chiesto di contribuire con la cifra simbolica di 1 boliviano al mese (cambio attuale 1 € = 10 boliviani circa) anche per più di un bambino, il resto viene finanziato con i fondi raccolti in alcune parrocchie della diocesi di Udine o con donazioni private.
In questo momento a usufruire del servizio sono circa 8/900 bambini tra grandi e piccoli. La colazione viene servita sotto una tettoia aperta dove sono preparati 6 tavoloni per i grandi e uno per i più piccoli. A turno e in silenzio i ragazzi mangiano e poi portano la loro tazza al lavandino. Man mano che i tavoli si liberano vengono immediatamente riapparecchiati e si va avanti così dalle 7 meno un quarto circa fino alle 8 e mezza. Gli ultimi ad arrivare sono i ragazzi che a scuola hanno il turno pomeridiano. Ai volontari viene chiesto di aiutare nella catena di lavaggio-asciugatura delle tazze e nella distribuzione del pane e del latte.
